La tecnologia non è donna: realtà o stereotipo?

 
Sei donna? Hai meno del 20% di possibilità di entrare nel management di una azienda che opera nel campo della tecnologia.

Inutile negarlo, la trasformazione digitale corre sui binari dell’alta velocità ma non ha mai colmato una distanza, quella del gender gap.

Secondo un’indagine condotta dalla Comunità Europea nel 2016, dopo gli studi superiori, la scelta di sole 17 donne europee su 100 ricadeva su percorsi accademici nell’ambito dell’informatica e solo 19 donne su 100 riuscivano a fare carriera arrivando a ruoli di vertice nello stesso settore.

Eppure, lo stesso studio evidenziava già all’epoca quanto il settore della comunicazione ed informazione digitale (ICT) fosse quello con più rosee ( è proprio il caso di dirlo) prospettive di crescita con 120.000 nuovi posti di lavoro creati ogni anno e il 4,2% del prodotto interno lordo generato nel 2014 (EUROSTAT, European Commission).

 

La tecnologia non rende tutti più “uguali”?

Secondo l’OECD (Organisation for Economic Co-operation and Development) le donne si affidano alla tecnologia più spesso degli uomini sia per le risposte ai problemi quotidiani sia per la ricerca di un lavoro. Tuttavia permangono le remore nel fare del digitale una professione e, nel 2018, in molti paesi europei il telelavoro “rosa” era ancora poco più che un miraggio.

Da donna, dunque, intraprendere la scalata al vertice di un’ azienda leader nel settore tecnologico è possibile solo sulla carta.

Alla base di questo gap ci sarebbe una bassa autostima e la diffusa convinzione che sia difficile/impossibile diventare una tech specialist in un mondo che parla al maschile. Ma è davvero così?

 

Ada Lovelace: la programmatrice che non ti aspetti

Tutti noi conosciamo Alan Turing, padre putativo dell’informatica moderna, ma pochi sanno che il noto matematico pare essersi ispirato agli appunti di una giovane donna, figlia del poeta Lord Byron: Ada Lovelace.

Ada sin da bambina mostra le sue doti matematiche, al punto tale che il padre sceglie come suoi tutori personalità del calibro di Charles Babbage, Augustus De Morgan e Michael Faraday e la giovane non tradisce certo le aspettative paterne: nei suoi lavori, nel lontano 1843, Ada arriva a postulare l’algoritmo per il calcolo dei primi numeri di Bernoulli ( numeri alla base del linguaggio di programmazione) e pubblica un articolo in cui descrive una “macchina analitica” programmabile, spingendosi a prefigurare persino l’idea di intelligenza artificiale.

Ada, “l’incantatrice dei numeri” aveva previsto, nel 1843, che la macchina analitica sarebbe divenuta indispensabile nella vita di ciascuno di noi e aveva avuto il coraggio di immaginare un futuro che nel 2020, a quasi duecento anni di distanza, molte donne credono ancora inaccessibile.

Oggi, 8 marzo, nel fare gli auguri a tutte le donne, ci auguriamo che questa storia abbia ispirato le giovani programmatrici di domani e abbia fatto capire che sì, si può essere “ le prime”, in barba a tutti i luoghi comuni ma che – soprattutto- si debba sempre aspirare a non essere mai “le ultime” a creare qualcosa, per la prima volta, nel mondo digitale.

 

Fonte immagine: przedsiebiorcza

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